Le Migliori Serie TV del 2020 in Streaming su Amazon Prime Video

Le Migliori Serie TV del 2020 in Streaming su Amazon Prime Video

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Attenzione: questo articolo contiene spoiler

Diciamolo, che ancora in molti lo fanno a denti stretti e granitici perché tipo "la scalogna!" e se lo diciamo mo' va tutto ancora più in vacca, legge dell'attrazione, The Secret, e ok... Ma è un 2020 un po' di m***a. 

Ma non dico in generale dai (sì, cioè, anche in generale), perché qui si parla di serie, per fortuna, e quindi lascerò ogni altra vicenda appiccicosa alle bacheche dei social. 

Insomma, ci son serie che son state cancellate, serie rimandate, serie che dovevano essere cancellate ma poi han rimandato anche la cancellazione perché fa moda, portali streaming che ce l'hanno fatta, altri che sembrano personaggi secondari di Interstellar e così via. 

Quindi boh, facciamo una bella roba, che qui tante degustazioni sono state messe a mattanza: e qui l'anteprima che al cinema doveva andare ma al cinema non c'è stata perché era chiuso e noi allora ve la lasciamo gratis o al costo di 0,000001 centesimi così non sembriamo totalmente degli sfigati, e qui Sata... ehm, Disney+ che intanto c'ha fatto i miliardi con titoli esclusivi che esclusivi non sono, The Mandalorian col puffo verde che dai è bella ok, l'abbiam capito ormai e c'avete grattugiato gli zebedei già mesi prima dell'uscita e qualche altra perla sbalestrata che però non s'è filato tipo nessuno come Free Solo o Il Mondo secondo Jeff Goldblum (ma che poi son produzioni National Geographic), e qui settimane di abbonamenti gratis che hanno scatenato putiferi a livelli tali che pure l'incipit di Mug di MaÅ‚gorzata Szumowska sembra un assembramento di padri pellegrini che tentano di pogare e qui posso anche continuare ma non continuo che poi mi sbalestro pure io.

Dicevo, facciamo una bella roba e buttiamo giù un elenchino di serie tv esclusive (o quasi), 'sto giro di Amazon Prime Video (che ce la sta facendo, ma con qualche acciacco e sciancata) e vediamo un po' che cosa è venuto fuori finora da questo 2020 strano e represso, sperando che nei prossimi mesi le cose migliorino.

Intanto ci stanno titoli per tutti i gusti, piccole chicche, cose gné che però oh ci stanno e quindi se ne parla e una sorpresa extra che grazie.

Tales From the Loop (in Italia, Loop)

Stati Uniti. Ohio. Anni sessanta. In una zona rurale (dove per una volta non ci stanno i bifolchi a infilare candelotti di dinamite nelle buche del terreno per stanare le pantegane) sotto il suolo qualcuno ha deciso giusto giusto di piazzarci un acceleratore di particelle ampio decine e decine di chilometri. 

Bene. Ora siamo negli anno ottanta, invece, e tutti gli eredi dei finti bifolchi vivono e lavorano per “The Loop”, un macchinario coso qualcosa che deve tipo svelare ogni mistero dell'universo (che non è 42) e dare carta bianca alle scimmie pensanti umane per fare tutto quello che non sono mai riusciti a fare. Russ Willard (Johanatan Pryce) è il fondatore proprio del centro di sperimentazione, mentre tutta la sua famiglia e tutta 'sta gente dei campi è in qualche modo connessa nel profondo a The Loop nostro signore, e ciò rende la loro quotidianità piena di vecchi cimeli sci-fi ripescati dalla vetrinetta-ricordi di nonna come: telecinesi, viaggi temporali e robottoni lenti e goffi che zoppicano nella candida neve. 

Tales From The Loop sembra proprio una creatura fiera di rappresentare l'opposto di quelle che sono i moderni preconcetti di storytelling. E lo fa già partendo dalle origini, basate dalle opere illustrate di Simon Stålenhag, in particolare l'omonimo volume del 2014 e il gioco da tavolo del 2017, con tutto il suo arsenale ben corazzato di visioni futuristiche retrò in pieno cuore rurale in quel di Svezia. 

Qui la serie, ideata dal produttore Matt Reeves e lo showrunner Nathaniel Halpern, si fa illustrazione e in quanto tale si fa di silenzi contemplativi e filosofeggianti per otto storie, in otto puntate diverse, dove il binge-watching è tipo il male assoluto e se non ti guardi TFTL con la giusta dose di lentezza, densità dilatata e luce soffusa ti sembra tipo Nonno Simpson che racconta al Signor Burns l'inafferrabile, inconcludente e nostalgica storia dai risvolti multi-temporali di cipolle e nichelini. Che poi è la sensazione che ti rimane della serie se proprio la guardi con lo sca**o o aspettando una qualche testosteronica battuta cinica x di Tony Stark.

Nota a parte: c'è poi anche Rebecca Hall, sempre bella, brava e infinitamente sottovalutata. 

Messaggi da Elsewhere (Dispatched from Elsewhere)

Philadelphia. Oggi. Quattro disgraziati ordinari, con tanti puntini di sospensione nelle loro vite monotone, entrano imprevedibilmente in contatto tra di loro quando scoprono che esiste una società segreta chiamata Jejune Institute, la quale basa la sua intera ragione d'essere in un gioco di società enorme e alienante che ha il fine di ritrovare Clara, tipo anello del potere e portatrice sana di antica Nonchalanche che ricongiunge robe cosmiche che non ci è dato sapere perché siamo capre. 

Peter (quel Jason Segel che tutti conoscono perché sì dai è quello di How I Met Your Mother, ma che ha fatto altra roba figa e in costante bilico tra realtà scientifica e visione immaginifica come The Discovery) fa l'informatico e ha tipo zero ambizioni, Fredwynn (l'André Benjamin che faceva "Heeeeeey Yaaaaaa!” con gli OutKast) è tipo uno che con le teorie del complotto ci va a letto, Janice (Sally Field, ovvero la Nora Holden-Walker di Brothers & Sisters) è vedova dopo trent'anni di matrimonio e ora non sa più manco andare dal pescivendolo con serenità e, infine, Simone (Eve Lindley, la Hot Carla di Mr. Robot) è una donna transessuale che proprio la sensazione di essere accettata non sa che roba sia. 

Ciò che sembrava un semplice gioco li porterà a trascendere la realtà e a cambiare radicalmente la loro vita, guidati da Octavio Coleman (magnifico Richard E. Grant, che prossimamente vedremo in Loki in un ruolo non meglio precisato), onniscente narratore e direttore dell'Istituto. 

Dispatches From Elsewhere, creata dallo stesso Jason Segel (che dirige anche il primo episodio e butta giù la sceneggiatura di un pugno di puntate), in realtà c'ha una storia che parte dal 2013, cioè dal documentario The Institute, il quale tratta dello stesso Jejeune Institute, tipo un assurdo gioco interattivo (Alternate Reality Game) creato dall'artista Jeff Hull che coinvolse dal 2008 un botto di gente a San Francisco tramite volantini altrettanto fuori capoccia. 

Un gioco dell'assurdo dal sapore antologico e districato in dieci puntate finalizzate a farci conoscere la storia dei suoi personaggi e i loro repentini cambiamenti umorali man mano che il gioco procede. Cambi di prospettive tra realtà e finzione (quest'ultima che funge lucidamente da tira somme del proprio vissuto), non detti definiti e condensati in ricercatezze registiche e scelte accurate di palette, ci catapultano in questo viaggio di piccoli destini bisognosi di trovare una ragione meno prevedibile di procedere un po' per volta e che mo' non spaventatevi se non ci capite una mazza fin da subito, che tanto il bello è quello. 

Non capire solo per capirlo dopo e cambiare visione là dove c'è bisogno e dove mannaggia si trova la 'sta Clara!

Upload

Nathan (Robbie Amell) è un tipetto senza praticamente un senso di esistere e che gli tange giusto la lacca e quanto può star simpatico mamma mia se sono simpatico. Ha una fidanzata di nome Ingrid (Allegra Edwards), ricca e altrettanto inutile. Insieme al suo migliore amico lavora come programmatore e insieme stanno lavorando ad un nuovo universo di Upload per poracci che può far concorrenza per qualità/prezzo a tutti gli altri Upload per ricconi. Ah, con Upload s'intende tipo un mondo artificiale dove trasferire la tua coscienza se schiatti. Poi, BAM, Nathan schiatta male.

Tipo per colpa della sua auto a guida autonoma. Tipo perculato dalla vita in toto. Ingrid che c'ha i soldi e vede che il fidanzatino ha la bua forte e forse non ce la può fare decide di mandarlo a Lake View, la zona Upload più cool che ci sia nell'universo cool degli Zombie A.I.. 

Nathan viene così lanciato in questo cimitero capitalista, conosce Nora, assistente umana che deve guidare 'sto disagiato in un nuovo lussuoso mondo di morte (ma che nella vita tipo muore di fame) e, tra roba patinata e boriose anime pixelate, capisce che non tutto è chiaro come sembra. Compresa la sua morte.

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Driiiiin Driiiiiiin, qualcuno ha detto “San Jupinero” dalla terza stagione di Black Mirror?

Giusto, indovinato! Perché Upload richiama tanti (forse troppi e troppo poco approfonditi) aspetti che invece condivano a pieno quella portata principale che è la distopica visione di BM. Upload si affaccia sul balcone dello stesso condominio, ma con fare più piacione, romantico e sornione e con un fondamento di trama leggermente troppo superficiale. 

Ma è comunque godibile, con un Robbie Amell in parte, un guazzabuglio abbastanza digeribile di tematiche sociali più o meno espresse e urticanti, il solito bla bla di differenziazione tra classi sociali e il denaro che compra gioia Maserati che ormai sanno a memoria anche le merendine che mangio, gli ammiccamenti tra Nathan e Nora che dai che ci vanno o forse no che non possono vedi che invece sì no si fanno desiderare ma sì che ci vanno è già scritto che ci vanno, Nathan e la ricca fidanzatina Ingrid che c'è lei che tipo ha letteralmente tra le mani la “vita” del ragazzo quindi mo' non farmi incazzare e altre robe per tutti i gusti e per grandi e piccini.

Un po' grezza, tipo che c'ha del potenziale ma non si applica, ma che però c'ha anche una seconda stagione confermata per redimersi.

Homecoming (2° stagione)

Siamo in un lago non meglio identificato e una donna (Janelle Monáe) si sveglia su una barca alla deriva, completamente priva di memoria e priva di indizi sulla sua presunta identità. Con sé ha giusto poche tracce di nomi e luoghi che, all'incirca, possono ricostruire parte del suo recente percorso annebbiato. E, sorpresa delle sorprese, dietro alla sua condizione c'è o non c'è la misteriosa GEIST, cioè tipo l'azienda fondatrice del programma Homecoming che già conosciamo e che, no, non vende prodotti casalinghi?

La seconda stagione di Homecoming si presenta non come parte di una serie antologica, ma come l'ennesimo tassello di un puzzle intricato fatto di complotti, verità negate e fini di dubbio gusto che hanno come fondamento centrale la manipolazione della memoria umana. E con manipolazione non dico come quando la mia ragazza mi sposta gli oggetti in casa e finge che sia stato io, ma proprio quel senso di buco nero ancestrale che provi quando scopri di aver messo il formaggio nel cassetto e il phon in frigorifero. 

Insomma, Homecoming 2 non è un'altra prospettiva stretta sulla simpaticona GEIST e nemmeno un'altra realtà che si muove parallelamente, ma un ampliamento necessario ad una prima stagione meravigliosa, ma che aveva, di per sé, lasciato un numero consistente interrogativi.
E il problema, in realtà, sta proprio nel suo essere un tassellino piccolo piccolo e a parte. 

Se nella prima stagione (nell'ormai 2018) assistevamo alle sedute terapeutiche della dottoressa Heidi Bergman (Julia Roberts, anche produttrice) e al graduale processo di sperimentazione e degradazione mentale sui veterani di guerra che scaturiva dal sempre più cupo e amorale progetto “Homecoming”, qui i dubbi ci stanno di brutto, ma la calma e la consapevolezza di questo silenzioso orrore è perso tanto quanto la memoria della sua protagonista. 

La Monáe, per quanto brava, subisce l'ingombrante eredità lasciata dalla Roberts, non convincendo del tutto, costantemente adombrata dalla mole attoriale dell'ex protagonista. La direzione registica si mantiene su un assetto pressoché identico, ma che perde totalmente il suo senso emotivo, come il violento cambio di formato che siglava non solo un cambio repentino di qui e ora, ma anche il senso oppressivo della dottoressa Bergman. L'approccio è rimasto, ma ogni profondità c'ha abbandonato senza manco salutare, complice anche la fuga di quel geniaccio di Sam Esmail (tipo la mente e il braccio dietro a Mr. Robot) dalla camera da presa per accoccolarsi nei divanetti moquettosi della produzione esecutiva. 

Nonostante la seconda stagione sia una spanna sotto alla prima, Homecoming resta comunque uno dei prodotti qualitativamente di punta di Mister Amazon e, a nostro avviso, imperdibile. 

Star Trek: Picard

2399. Sono passati vent'anni da quando la Scimitar romulana è esplosa e, quindi, vent'anni dal sacrificio del tenente comandate Data per salvare il capitano Jean-Luc Picard (un redivivo Patrick Stewart). Dopo il retromarcia della Federazione dei Pianeti Uniti dalla promessa di soccorso ai profughi romulani fuggiti dal loro pianeta Romulus, ormai distrutto dalla supernova di Hobus, Picard si è dimesso dalla Flotta Stellare per piazzarsi in Francia a coltivare uva e a convivere con una galoppante sindrome di Irumodic.

Ma non sarà la pensione di Picard a fermare l'avanzare dell'oscurità e del male e, contro ogni aspettativa, ci sarà ancora bisogno di lui. Sperando che tutto finisca in tempo per la vendemmia.

 

Trekkie, gioite, e chi se l'è persa vuol dire che proprio si è dedicato a roba futile, come fare le pulizie in casa, andare al lavoro o vivere la vita. Ormai son passati diciott'anni da quel di Star Trek: Nemesis (2002) e l'epopea, felice di nuova linfa vitale anche grazie a Star Trek: Discovery, tra comunità euforiche e gente così scandalizzata dalle libertà creative che s'è presa che “Sono così scandalizzato che basta smetto di mangiare che altrimenti mi porta via tempo a vomitare sul web tutto il mio sentirmi così scandalizzato!”

Ma, insomma, sempre linfa è. E quale occasione migliore per riproporre uno dei personaggi più amati di tutto l'universo e pupillo di Roddenberry? C'ha pensato Roddenberry figlio, con lo showrunner Michael Chabon, un pugno di altri valenti produttori e al colosso CBS, a trasformare in realtà questa agognata serie di dieci episodi. 

E quindi godetevelo questo Star Trek: Picard! Insomma, ci sta di tutto! 

Ci sta Picard, ci sta il senso dell'accettazione, ci sta la disillusione della malattia, ci sta la diversità, ci sta Picard, ci sta la nostalgia canaglia ma che si atutisce, ci sta Picard, ci stanno le citazioni ma che no dai non pesano poi troppo, ci stanno le astronavi, ci sta Picard.

E dai, con questi presupposti gli perdoniamo anche una trama (quella dritta) forse un po' troppo sempliciotta e acquosa che alla fine gira tutto attorno a “Data amico artificiale mio! Mi manchi!” e a “Sono vecchio ormai! Comprendo i miei limiti, ma non mi arrendo!” e infine a “Ma ci sei anche tu vecchio amico? E anche tu? Che bella rimpatriata!”.

Tutti elementi che possono far scattare la lacrimuccia a chi è cresciuto con nutella, Pac-Man e Star Trek, ma che rischia di apparire senza mordente a chi Star Trek lo sta assaggiando da poco. 

In ogni caso... C'è Star Trek e c'è Picard! Quindi state buoni e fateci un giro comunque.

Hunters

1977. Tra i comuni di New York centinaia di nazisti cattivi che comprendono soldati, funzionari e pazzi di sorta si stanno raggruppando per formare il Quarto Reich sotto la guida del famigerato Colonnello che però “o” non è, perché è tipo donna di pura malvagità (Lena Olin). Il patriota Meyer Offerman (un Al Pacino tornato alla serialità dopo Angels in America del 2003) proprio non ci sta e decide di tirare su una squadra di cacciatori di nazisti (gli Hunters, appunto), tutti ebrei sopravissuti all'Olocausto, per sterminare una volta per tutte questa Idra coriacea.
Al teatrino si aggiungono anche Jonah Heidelbaum (Logan Lerman), ragazzo che da poco ha perso la nonna e che presto scoprirà cosa vuol dire cacciare, e Millie Morris (Jerrika Hinton) che è tipo agente dell'FBI che per sfiga si imbatte in questa scacchiera pulp e malsana.

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La creatura di David Weil che tanto era attesa e tanto ha fatto discutere prima della sua messa in streaming e che sembrava a detta di molti un futuro cult imperdibile mamma mia ti osannerò ai miei nipotini, in realtà ha dimostrato un approccio molto mediocre, una recitazione cagna, dei personaggi inutilmente unidimensionali e di una stupidità che il mattone scheggiato che non mi fa traballare la scrivania li batte nelle tabelline, una sceneggiatura che è tipo la roba più frustrante del mondo e che saltella allegramente tra i registri e i toni come Heidi tra le caprette, (che dai, non mi puoi sembrare per un tot un'opera muta polacca in bianco e nero e la volta dopo il peggio film d'exploitation) tentando l'approccio con una satira di genere che in realtà non esiste manco per il c***o e, infine, una bombardata di nazi-cliché o cliché e basta che fa sembrare un saggio sulla Sagra del Porcino un futuro pulitzer. 

Quindi perché la infilo in questa scaletta? 

Ma perché Hunters è una serie perfetta per mettersi in panciolle con gli amici a fare grasse risate in un bagno di kitsch, ecco perché! 

Un ottimo prodotto che andrà visto e rivisto esattamente come un modello Black Sheep!

El Presidente

Sergio Jadue (Andrés Parra), un omuncolo d'affari in apparenza senza un minimo di spina dorsale e totalmente inaffidabile a capo di un club calcistico cileno di nome Union La Calera, inizia la sua incontenibile ascesa, venendo risucchiato dai mastini del Conmebal e conquistando il podio come presidente della federazione calcistica nazionale, finendo intrappolato nella giostra della sua stessa ambizione e in un iper complotto da milioni di dollari architettato da Julio Grondona (Luis Margani), presidente della Football Association argentina. E, di conseguenza, diventando suo malgrado l'infiltrato dell'FBI che porterà alla caduta di non poche teste e al tramonto del sistema Blatter.

Armando Bo (sceneggiatore Premio Oscar per Birdman) concepisce una serie corale dietro uno degli scandali calcistici più densi, nebulosi e inquietanti della storia, e lo fa senza far pesare troppo l'eventuale ignoranza dello spettatore, che magari del calcio gliene frega giusto quanto gli frega, boh, del processo Metropolitan Opera–Miguel Fleta, e allestendo un dramma ironico dalle profonde note politiche e un cast davvero azzeccato e fuori scala.

E tutto a favore di una trama che, piuttosto che sposare il gioco sul campo, preferisce di gran lunga far nozze coi suoi burocratici retroscena fatti di mani oliate, falsi sorrisi malavitosi e promesse leggere quanto una banconota. 

Sicuramente El Presidente è una delle opere più interessanti di questo 2020.

E poi?

Tra tutta la roba (che poi mica è tanta) considerata “esclusiva” Amazon Prime Video 2020, e sulla quale di certo non c'è bisogno di sproloquiare, c'è la sesta stagione di Bosch e la terza e ultima stagione di Future Man

Per chi, dalle pagine di Michael Connelly alla sorellina tv, ha già attraversato le buie strade di Los Angeles con l'accartocciato Harry Bosch (Titus Welliver) o ha già alternato uno scopettone ad un joystick insieme a Josh Futturman (Josh Hutcherson), non ha bisogno che dica altro. 

A chi invece legge con espressione da bavosa, lo invito a recuperare queste due chicche. Bosch, poi, è semplicemente leggendario.

Mentre, per finire, una super nota di merito i signorotti di Amazon Prime Video se la beccano a scroscio di applausi per aver inserito nel loro esercito di contenuti anche tutte le puntate di Mr. Bean. Quella serie pietra miliare di puro genio dissacrante creata, scritta e interpretata da quel magnifico uomo da 173 Q.I. che è Rowan Atkinson e che prima d'ora era un po' un casino da reperire.

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