Unorthodox: la Recensione della Miniserie targata Netflix basata sull'Autobiografia di Deborah Feldman

Unorthodox: la Recensione della Miniserie targata Netflix basata sull'Autobiografia di Deborah Feldman

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Williamsburg, a Brooklyn, è un quartiere ultra alla moda, pieno di hipster, artisti e anticonformisti di ogni marchio. Ci sono i pub evocativi, ristoranti all'ultimo grido, concerti tipo ad ogni ora del giorno, gallerie d'arte, graffiti, mercatini delle pulci con ogni roba polverosa e irresistibile da lisciarsi i propri mustacchi... E una nutrita e poco pesante comunità Satmar di ebrei di fede ultra-ortodossa chassidica, nata dopo la seconda guerra mondiale e che quasi crede che la guerra non sia ancora finita. Roba che tipo se ti sentono canticchiare Like a Virgin di Madonna subito fanno sembrare lo strozzatoio in Matilda 6 Mitica una sala party buddista e la signorina Trinciabue una rivenditrice di Bacardi Breezer. 

Esther (Shira Haas), detta Esty, ha diciannove anni ed è parte integrante della comunità. Vive sottomessa all'ombra di una nonna che ama, di una zia punitiva, di un padre sbronzo triste dalla mattina alla sera e con una madre, Leah (Alex Reid), fuggita da tempo dalle rigide regole della comunità e alla quale è impedito vedere la figlia. Come tutte le donne, Esty non può leggere la Torah, non può cantare, non può fare musica, sua grande ragione di vita considerata arrogante e seduttrice, e non può mostrare i suoi capelli in pubblico, costretta a raderseli e a coprirsi la nuca con una tremenda parrucca, diventando un involucro privo di voluttuosità, utile giusto al concepimento. 

E se il brodo non è ancora ben condito, ci infiliamo anche un bel matrimonio combinato, perché così dev'essere, perché figliare è la prima vera attività che una donna può liberamente sbrigare senza vincoli.
Esty è felice, pensa di esserlo, pensa che così la sua vita potrebbe cambiare in positivo. “Sono diversa dalle altre donne”, rivela al futuro marito Yanky Shapiro (Amit Rahav), il quale sembra appoggiarla in pieno: “La diversità è bella”. Eppure lui è un'anima buona ma persa quanto lei, schiavo dei suoi contrasti interiori e delle pressioni esterne, e nulla cambia davvero. Mentre il “diverso” di Esty viene brutalmente represso.

Così, dopo un anno lei non ci sta più dentro e, grazie ad un'amica e a due lire, decide di fuggire di nascosto in direzione Berlino per ritrovare la madre e ricominciare da zero, portandosi appresso un segreto irrinunciabile. Scandalo nella comunità tutta! “Non possiamo macchiarci di nuovo di una tale infamia!”.
Così, per ordine del rabbino, Yanky e suo cugino Moishe (Jeff Wilbusch), un gorilla succube delle prassi religiose ma devastato dai debiti e dal vizio del gioco, vengono mandati in missione in Germania per ritrovare la povera Esty e, ovviamente, riportarla a casa.

E qui, per quanto mi riesce, cerco di fare un po' il serio per una volta. Perché va bene sdrammatizzare e tutto, ma con Unorthodox può sembrare davvero difficile e fuori luogo. Perché questa miniserie, di giusto quattro puntate, è semplicemente un colpo al cuore. Una meravigliosa perla di empatia e un inno straziante alla libertà e alla vita, oggi necessario più che mai.

Basato su “Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots” (2012), il libro di memorie di Deborah Feldman, classe 1986, Unorthodox si avvale della riscrittura sapiente, curata e documentata quasi a livelli maniacali di Anna Winger (già showrunner e sceneggiatrice dell'epopea a più capitoli di Deutschland) e di Alexa Karolinski (regista e documentarista famosa per Signs of Life, considerata una delle migliori opere degli ultimi vent'anni), con l'aiuto dello sceneggiatore Daniel Hendler.
Mentre alla regia troviamo, alla sua strabiliante opera prima, Maria Schrader (con alle spalle una carriera attoriale non da poco che vanta anche il ruolo di Lenora Rauch in Deutschland e della detective Ingemar Myklebust, nell'ultima stagione di Fortitude). Una serie di voci principalmente femminili, quindi, che si incontrano in coro trascendendo il genere e diventando una voce universale che impone un cambiamento radicale e un risveglio generazionale. 

Perché qui la voce ha un'importanza essenziale. Ogni parola ha un peso specifico che traspare sia da un estremismo linguistico che funge da gabbia d'oro (parliamo della prima serie Netflix recitata quasi interamente in yiddish con forti influenze inglesi e tedesche) che di sottotesti a volte appena percettibili, talmente imbrigliati nelle ferree leggi della comunità da apparire quasi spaventosamente normali, per poi sfociare in rivelazioni da far accapponare la pelle. 

Unorthodox: la Recensione della Miniserie targata Netflix basata sull\'Autobiografia di Deborah Feldman

Così com'è centrale la voce fisica, quella del corpo, quella in cui determinate azioni, se compiute da una donna, risultano oscene e che devono giusto limitarsi ad un concepimento ultimo, finale, salvifico, fuori da turbamenti e tentazioni che potrebbero condurre l'uomo verso strade peccaminose: ovvero fare il maggior numero di figli possibili per ripopolare la comunità ebraica spezzata dall'Olocausto.

La voce della mente e del corpo sono ciò che più mancano ad Esty e quelle che a tutti costi sente la necessità di recuperare, fuggendo da una schiavitù anonima per diventare fortemente proprietaria di una sua personalissima identità, inciampando durante la prima puntata in qualche spauracchio dovuto ad un retaggio insidioso e bieco, ma spogliandosi quasi subito, simbolicamente e letteralmente, durante un pomeriggio al lago con i suoi nuovi amici, dell'armatura con cui è nata. Togliendosi parte degli abiti e la parrucca, la ragazza si dona un “battesimo” di rinascita nelle acque del Wannsee, non troppo lontano dalla villa Am Großen Wannsee 56–58, dove nel '42 venne ufficializzata la Soluzione finale della questione ebraica, in una delle sequenze più potenti e commoventi viste da troppo tempo a 'sta parte. 

Unorthodox: la Recensione della Miniserie targata Netflix basata sull\'Autobiografia di Deborah Feldman

La sua pelle bianca è la mappa di una quotidianità sconosciuta ai suoi nuovi amici, tutti studenti della Filarmonica e tutti abbronzati e sani, che racconta una favola più nera, di tante giornate passate nell'oscurità di una stanza in penombra e di tante ambizioni gettate alle ortiche per vecchi moralismi primitivi e misogini. 

Così, nel corso delle sue quattro puntate, notiamo la sua pelle cambiare colore, le sue occhiaie sparire, le sue rughe di stress e paura appianarsi. Esty scopre la sensazione di aprire un motore di ricerca su internet, di studiare, di leggere, di mettersi un vestito colorato e leggermente sbottonato per imparare a respirare, di fare sesso per il puro gusto di farlo senza l'obbligo “naturale” di far sentire il proprio uomo un “re a letto” privo di Regina e senza le basi di un'educazione sessuale misera, semplicistica, nella bolla di una realtà altrettanto scabrosa nella quale manco le è concesso di conoscere il proprio organo femminile se non poco prima dell'atto ultimo.

Scopre una via di salvezza che si riversa pienamente nella musica e che ha lo stesso suono delle melodie da anni che ama ascoltare e suonare, restando perennemente braccata da un passato che non esita a colpirla con silenziosa violenza quando meno se lo aspetta.

Unorthodox: la Recensione della Miniserie targata Netflix basata sull\'Autobiografia di Deborah Feldman

Shira Haas nel ruolo di Esty è favolosa e in grado di rappresentare un continuo contrasto tra il suo mondo interiore con cui è cresciuta e quello esteriore, libero, a cui aspira. E i suoi grandi occhi ne sono il ponte di passaggio. Enormi, spaventati, costantemente stupiti del tutto ma, proprio perché grandi, capaci di raccogliere apertamente ciò che sempre le è mancato, dalle lezioni segrete di pianoforte a New York alle larghe strade berlinesi. Con questo ruolo di consacrazione si dimostra una delle migliori giovani attrici degli ultimi anni, con un bagaglio di ruoli di rilievo e una complessità attoriale da far impallidire professionisti ben più navigati. Un'espressività disarmante, naturale e mai troppo overeating ci accompagna in tutto il suo lancinante percorso di crescita, fino alla catarsi finale, dirompente, toccante, semplicemente bellissima.

Impossibile tralasciare anche Amit Rahav e il suo Yanky Shapiro, personaggio meraviglioso, complesso quanto Esty, con un bagaglio sulle spalle pesante quanto i numeri che compongono un intero popolo, ma un vissuto minuscolo, inutile, incompleto, tanto da trovarsi in difficoltà ad usare uno smartphone perché mai gli è stato davvero concesso di possederne uno. Nel suo sguardo distaccato, timoroso, incapace di osservare qualcuno negli occhi per più di qualche secondo, si percepisce tutta l'inadeguatezza alla vita che gli è stata imposta e la quasi apparente impossibilità di distaccarsene pienamente.

Unorthodox: la Recensione della Miniserie targata Netflix basata sull\'Autobiografia di Deborah Feldman

Unorthodox si dimostra quindi un'opera prima efficace e priva di patetismi, che ci spinge ad arrabbiarci, a indignarci, a piangere e a tifare instintivamente per l'emancipazione della nostra Esty.

Sondata lenta, gustata in ogni intimistico dettaglio, in ogni decisione sofferta, per un “film” lungo circa quattro ore che può essere a favore del binge watching ma anche no, perché ci vuole il giusto tempo, la giusta lucidità e la giusta sedimentazione per comprendere rispettosamente la realtà di Esty.

Una storia al femminile che racconta una miseria che ci sembra distante, quasi esotica, ma che è proprio nascosta tra le pieghe del nostro “amato” Occidente.

E le accuse di antisemitismo che si è beccata lasciano il tempo che trovano e non fanno che sottolineare una crisi identitaria di parte di un intero popolo più profonda di quanto traspare realmente.

Ultima nota di merito va a Making Unorthodox, interessantissimo documentario lungo una ventina di minuti e sempre visibile su Netflix, che racconta l'intero articolato processo dietro alla creazione della miniserie e del suo sfaccettato mondo.

Unorthodox è una delle migliori serie dell'anno, scritta divinamente e interpretata ancora meglio, che racchiude un'intensità rara che la rende preziosa e immancabile, oltre che rappresentante, attraverso un'unica piccola vita, della quotidianità di una cultura vasta e sconosciuta ai più. 

Un sottobosco che si mostra in tutte le sue penombre e senza mai raccontare per filo e per segno, con facili spiegoni, una comunità che fatica pure a raccontare se stessa.

Ve l'avevo detto che sarei stato serio...

madforseries.it

4,5
su 5,0

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