The Third Day: Recensione del 1° Episodio della nuova Miniserie targata HBO

Scritto da: Brian FreschiData di pubblicazione: 

Un tizio di nome Sam (Jude Law) ha un lutto, vuole peregrinare in un bosco e poi tornare dalla moglie con la quale ha delle situazioni in sospeso, che dire solo tremende è l'equivalente di spacciarti un garage per il Four Season. Questo finché (che poraccio, che c'avrà mai da scontare) il destino vuole che la rotta cambi, causa l'esigenza di una giovane ragazza incontrata per strada, verso un'isola super misteriosa/nebbiosa che si trova al largo della costa inglese e che si ritrovi costretto a convivere con gli altrettanto misteriosi/nebbiosi abitanti del luogo.
A faccia a faccia con tutti i rituali dell'isola (no, non parliamo di cannibali e pentoloni d'acqua bollente, per ora) dovrà avere a che fare con l'origine di un trauma nascosto nel suo passato. Ovviamente la ricerca varcherà il confine tra realtà e fantasia e, ovviamente, il birichino Jude ficcherà il naso dove non deve, entrando in conflitto con gli isolani. 

Nel frattempo Hellen (Naomi Harris, volto in ascesa di Hollywood già apprezzata in Moonlight) vuole raggiungere l'isola a tutti i costi "Perché sì perché la Verità!", scatenando ulteriori eventi misteriosi/nebbiosi.

Annunciata più di un anno fa e con le riprese iniziate a luglio 2019, la tanto attesa miniserie con Jude Law stralunato finalmente, a cadenza settimanale, arriverà ad abbracciare sorellina TV. 

Restando su quel terreno fertile di grottesco e "WTF" che tanto è amato ultimamente dalla coppia che scoppia HBO e Sky Studios (qua a fare caciara anche con la Plan B Entertainment di Brad Pitt e la Punchdrunk International di Felix Barrett, quest'ultima fino ad oggi con perlopiù un curriculum di interessantissime esperienze interattive e VR) la serie acchiappa un Law redivivo in una nuova super produzione dopo The Young Pope e The New Pope, sempre di casa HBO/Sky, qua ideata e sceneggiata dallo stesso Barrett e da Dennis Kelly (sceneggiatore della leggendaria Utopia di Channel 4 e del film Black Sea, sempre con amicone Jude Law protagonista) e diretta da Marc Munden (regista sempre di Utopia) e Philippa Lowthorpe (The Crown e Three Girls). Insomma, le premesse sono di un gran festone d'amici anglosassoni e d'oltreoceano che si incontrano all'ora del tè mangiando hot dog. Ma, vi giuro, è giusto una sensazione totalmente superficiale. Una leggera brezza prima dell'orrore.

C'è da fare una premessa però, prima di parlare del pilot e che, sì, dai, serve un po' a intendere quelli che sono i tentativi di due colossi (non ultimi alle innovazioni sul campo) di approcciarsi al nuovo senza perdere di vista i variegati costumi del passato.

The Third Day vuole essere una serie dalle più anime che, penso in modo anche piuttosto evidente, funge da ponte di passaggio sperimentale per una nuova forma di entertainment e che, in un particolare frangente, si avvale di un singolare mezzo innovativo che affonda le radici nella più antica cultura inglese, senza mai perdere di vista il potere della TV e dell'interattività, oltre che di un modello di storytelling fedele al suo tempo.

La serie è divisa in sei episodi raccolti in due storie separate e autonome, ma destinate a scontrarsi, che lasciano presagire un naturale trascorrere del tempo su un'isola in cui il tempo è una roba un po' relativa. Le due parti si intitolano rispettivamente “Summer” e “Winter” ma, in realtà, esiste una parte di mezzo chiamata “Autumn”: un episodio speciale che verrà presentato come un evento teatrale totalmente immersivo e in cui il pubblico vivrà con ogni suo senso la storia narrata mentre quest'ultima si costruisce un tassello alla volta attorno ad esso. Un evento ad ingresso limitato che verrà poi distribuito online per chi desidera approfondire ancora di più i singoli aspetti in ombra di un'isola così timida e riservata.

Da questo primo episodio, scritto da Kelly e diretto da Munden, già si intravedono gli sprazzi di tutto il surrealismo colonna portante della serie. Le apparenze qua cadono nel vuoto e lo spettatore, seppur nella prevedibilità in sé dell'intera vicenda, almeno per chi da appassionato mastica il genere, non può mai lasciar nulla al caso. Fin dai primi momenti in cui conosciamo Sam la fiducia nei suoi confronti crolla per dispendiose ragioni che non starò a spoilerare, mettendoci in una condizione complicata e di difficile empatia, ma allo stesso tempo intrigandoci verso il suo miserabile destino. Da questo punto di vista Kelly e Munden si divertono non poco ad escogitare visioni paranoiche e trascendentali che, con fare altalenante, ci imbamboleranno per tutta la durata dell'episodio.

Lo storytelling, qui, gioca un ruolo chiave nella missione più che mai esplicita di sospendere l'incredulità tanto dello spettatore quanto di mister Sam/Law.

Sospensione è proprio la sintesi dell'episodio (e probabilmente di tutta la miniserie).

Sospeso è il salvataggio di Epona (Jessie Ross), inclassificabile ragazza che vede nell'acqua e negli spiriti una possibile salvezza contro il Male che, certo, si annida nel mondo esterno ma, certo, è generato anche dal luogo stesso in cui viene “contrastato”.

Sospesa è Osea Island (tra l'altro davvero esistente e nirvana dello sverno) di 93 abitanti, con un'unica strada che la collega al mondo e che viene irrimediabilmente sommersa dalla marea per mezza giornata.

Sospeso quel microscopico villaggio che vive di musica, stranezze e odio razziale.

Sospeso è il pub e sospesi gli sguardi degli altri, così come ogni singolo dettaglio che Sam scruterà con fame di un sapere a noi ancora non chiaro.

In questo vortice di sospensione Sam resta quasi ipnotizzato e, allo stesso tempo, pervaso da quel senso di terrore e sgomento che attorciglierebbe le budella ad ognuno di noi, soprattutto perché, tipo, gli succede di tutto, povero piccino. Ma proprio di tutto. E i primi piani fissi, instancabili e invadenti di Munden sempre lì a ricordarci che lui soffre, è maltrattato di brutto e che, dai, insomma, si trova un po' in una situazione di cacca.

Sospeso, in (ir)realtà è proprio il ruolo di Sam (che prima sembra sapere tipo più roba di Piero Angela, poi non sa più niente) e quello della sua mente in cerca di fuga ma, ovviamente, costretta alla tortura ancora per qualche puntata perché no c'è la marea ora e domani, boh, chissà che ti succede, che qua mica siamo a posto.

Costretto quindi ancora ad una notte di solitudine, sonno e alcol. Il tempo di notare una maglietta stracciata e un corpo immerso nel sangue, là, poco distante.

The Third Day si vende fin dalla prima puntata come una storie elitaria, non per tutti e che non tutti apprezzeranno, con un Jude Law in parte, una regia davvero ben curata e una sceneggiatura che non lascia nulla al caso, seppur con la presenza di qualche cliché e ingenuità troppo accademiche (il cellulare che non prende dai no, vi prego, basta), probabilmente al fine di avvicinare chi proprio non mastica il genere.

Un genere definibile come folk-horror su cui è facile inciampare, perché tipo se n'è narrata di ogni in ogni media, in tutti i luoghi e in tutti i laghi.
Ma è proprio il fine lavoro di luci e fotografia e la messa in scena che, per ora, ci piazza nell'abisso un bel tappetino elastico. Che senza la messa in scena qua stavamo proprio in quel girone tutto guilty pleasure in cui un disgraziato a caso ma con una vita tremenda finisce in un luogo orribile perché il karma è cattivo e dove tutti son carini ma non lo sono perché ommioddio c'è il Male nascosto ma non è solo il Male perché ci sono altri misteri e le ombre e i rumori e i boschi inquietanti e gli esseri umani e le cose strane che continuano a succedere e poi forse le sette che mangiano i bambini, i caproni che parlano e gli incesti che tanto danno sempre quella nota bleah che se sei grottesco male non fa.

Un “già sentito” che calca sugli elementi di spicco più accesi e si sveste, allo stesso tempo, di ogni banalità, evitando il collasso e donandoci le premesse di una serie/esperimento terrificante, colma di vuoto, orrore e solitudine, sullo sfondo delle vaste, dense e maestose coste inglesi.

Dove tutto è crepuscolare e tutto si nasconde.

La prima puntata di The Third Day ci lascia quell'amaro in bocca tipo di un pugno di terra e rane smembrate. C'è l'atmosfera che la fa da padrona, la mente non proprio lucida del suo protagonista e tutta una serie di domande senza risposta (veramente tante), intriganti e irresistibili, che ti impongono di continuare a vagare nell'isola e nelle sue macabre selve anche la settimana successiva.

Sperando che tutto non si risolva in un “È tutto nella mente di Sam, povero Sam” direi che l'inizio è più che soddisfacente e, sempre si spera, destinato a migliorare come tante eccellenze HBO (o al massimo a peggiorare notevolmente) e a limare certi spigolini per una narrazione più fluida, meno stereotipata e timorata del dio share.

Che dai, insomma, se la vuoi fare complicata non serve accontentare tutti. Falla complicata e basta...

madforseries.it

3,0
su 5,0

Continua a leggere su Mad for Series

Articoli consigliati

Informativa

Noi e terze parti selezionate utilizziamo cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per "interazioni e funzionalità semplici", "miglioramento dell'esperienza", "misurazione" e "targeting e pubblicità" come specificato nella informativa sui cookie. Il rifiuto del consenso può rendere non disponibili le relative funzioni.

Puoi liberamente prestare, rifiutare o revocare il tuo consenso, in qualsiasi momento.
Puoi acconsentire all'utilizzo di tali tecnologie utilizzando il pulsante "Accetta". Chiudendo questa informativa, continui senza accettare.