Le Migliori Soundtrack delle Serie TV: The End of the F***ing World - Solo un Viaggio

Le Migliori Soundtrack delle Serie TV: The End of the F***ing World - Solo un Viaggio

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A distanza di quasi tre anni dalla prima stagione, abbastanza psicopatica e sotto acidi, e a quasi un anno da una seconda non proprio all'altezza della prima ma che, perlomeno, ha il buon gusto di chiudere eccentricamente un cerchio che altrimenti sarebbe rimasto meh, conviene fare una ripassata di The End of the F***ing World.
Che mancare la creatura di Jonathan Entwistle è un peccato capitale e se proprio non vi fidate così di botto, allora facciamo che prima vi leggete il fumetto di Charles Forsman (che non a caso è anche autore di I Am not Okay with This, che poi Entwistle ha portato su schermo come filosofico seguito del suo amato primo pupillo) e vedrete che sbaverete per giorni puro humor inglese denso di wesandersiana e dermatitica gioia di vivere e che la serie tv, tranquillamente binge-watchabile su Netflix coi suoi sedici episodi da venti minuti scarsi l'uno, sarà più che un richiamo certo. 

Quindi spolveriamo e lustriamo! 

Ma lo facciamo citando uno dei punti cardine di 'sta serie, ovvero la sua colonna sonora. Maestosa, ricca di perle introvabili e dimenticate, invadente, a tratti oppressiva, bellissima che tanto so che ve la salverete in “Album” su Spotify per ascoltarvela mentre smanettate ai fornelli o fissate apaticamente un punto vuoto.
Di certo una delle più studiate e accattivanti degli ultimi anni, perfetta per lo sconcertante e delirante viaggio di Alyssa (Jessica Barden, vista in Penny Dreadful) e James (Alex Lawther, vi ricordate Shut Up and Dance, o anche 3x03, in quel di Black Mirror?) alla riscoperta di se stessi, di un'indipendenza impossibile e con, almeno per James, una sanguinosa missione segreta. 

E ai quali fa tipo tutto schifo. 

Le Migliori Soundtrack delle Serie TV: The End of the F***ing World - Solo un Viaggio

Ambientata ai giorni d'oggi, la serie si stratifica però di una ragione d'essere vintage e fuori tempo massimo che la colloca in uno spazio universale scandito dalle martellanti sonorità, quasi come se la loro fuga non riguardasse solo un viaggio personale, un microcosmo privato e casalingo, ma addirittura la fuga verso le convenzioni sociali di un'intera era. 

E questa sensazione è lasciata alle sapienti ed ecletticamente organiche mani di Graham Coxon, famoso chitarrista di quei Blur di Damon Albarn perfettamente a tema, e che firma sedici tracce per la prima stagione e un totale di venti per la seconda, tra le quali spiccano "Walking All Day", "There's Something in the Way That You Cry", "The Snare", "Bus Stop", "In My Room", "Down to the Sea" e quel delirante blitz che è "Bonjour, Monsieur".

Ballate lente, folk-rock, roba elettronica dal delicato gusto nostalgico e pezzi swing, confezionati da un Coxon che sembra un alieno precipitato negli anni '70, si alternano a pezzi storici e tracce più o meno recenti che raramente sentirete lanciare da un deejay radiofonico o consigliare da un amico che “oh vez ascolta che roba!”

Tipo "Settin’ the Woods on Fire" di Hank Williams, l'inossidabile "We Might Be Dead By Tomorrow" di Soko, che è tipo di quelle canzoni da ascoltare in macchina in una notte estiva coi finestrini abbassati ad assaggiare un po' di brezza di tempi andati e che mai ritorneranno con in testa annessi fotogrammi color seppia, oppure la "Keep on Running" di Spencer Davis Group cantata a squarciagola dai due ragazzi (che probabilmente credono che Beyoncé sia una marca di shampoo) e i quali intessono una delle scene più belle della serie.

E poi vogliamo parlare dell'irresistibile e nervosa "Funnel of Love" di Wanda Jackson, le mo' che pelle d'oca mi fate venire "I'm Sorry" di Brenda Lee e "The End of the World" di Julie London, o la vi prego non ficcatela nel dimenticatoio pena l'estinzione umana “Why Can't I Touch It” dei Buzzcocks?

Se poi diciamo che tutto 'sto gran patrimonio musicale condensato in una serie che ha quasi più tracce che minuti di durata è stato coordinato da Matt Biffa, tipo un big boss dei music supervisors che già abbiamo amato in altre serie di gran stampo tipo After Life e Sex Education (di questa ne abbiamo già parlato qua) allora basta, divano e tv a me!

Un contesto surreale, per una colonna sonora altrettanto improbabile e perfetta in un'era di confusione identitaria, troppo spaesata e intimorita dal futuro che verrà, e che ritrova le proprie certezze in una strada a ritroso, con tanti passi indietro, consapevole che troppo indietro, però, non si può andare.

E la musica sempre lì a ridordarlo.


Di seguito la playlist contenente tutti i brani di cui abbiamo parlato in questo articolo. Vi invitiamo a seguirci su Spotify per non perdervi le prossime liste. Nel caso ve lo foste perso, vi riproponiamo anche il nostro precedente articolo di questa rubrica.

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