Clickbait: la Recensione della nuova Miniserie targata Netflix con Adrian Grenier

Clickbait: la Recensione della nuova Miniserie targata Netflix con Adrian Grenier

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Clickbait – letteralmente esca da click – è uno dei nuovi prodotti offerti da Netflix per questo fine di stagione.

La miniserie thriller che, già quarantotto ore dopo l’approdo sul servizio streaming è riuscita a calcare il podio dei click da parte degli utenti (tanto per restare in tema), è stata ideata da Tony Ayers e Christian White e prevalentemente girata a Melbourne, in Australia.

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Un fisioterapista di Oakland, Nick Brewer (Adrian Grenier) è un padre, un marito e un fratello affettuoso il quale una mattina come le altre sparisce improvvisamente per poi comparire di nuovo - pestato a sangue - in un video diffuso su un sito Internet mentre mostra un cartello su cui lui stesso ha scritto: “Io abuso delle donne. A 5 milioni di visualizzazioni morirò”.
La sorella (Zoe Kazan), la moglie (Betty Gabriel) del condannato a morte e un detective della città (Phoenix Raei) tentano la sorte in una corsa contro il tempo per tentare di salvargli la vita e, nel farlo, vengono alla luce dei lati o, per meglio dire, dei profili del loro Nick di cui non erano a conoscenza.

La sceneggiatura

L’intreccio narrativo è senza dubbio originale e perfettamente contestualizzato all’interno della società odierna, visto che si serve delle nuove tecnologie e degli impatti che queste ultime possono avere sull’uomo come ingredienti della storia, analizzandole sia positivamente che negativamente.

Risultano efficaci quando aiutano a svelare dei segreti altrimenti difficili da trafugare e, al contempo diventano dannose nel momento in cui il loro potere e la loro utilità vengono sfruttati da qualcuno privo di buone intenzioni. Inoltre, la miniserie svela un altro lato di internet e delle sue declinazioni: la sua appetibilità in grado - come tutte le tentazioni degne di questo appellativo - di stuzzicare una parte proibita e annoiata dell’essere umano e di portarla fuori a giocare.

Un’altra trovata interessante da parte degli showrunner è stata senza dubbio quella di mostrarci Nick Brewer nel presente soltanto una volta e soltanto nei primissimi minuti della miniserie: far vivere il suo personaggio dei frequenti flashback che si propagano nel corso degli episodi è molto avvincente, seppur non particolarmente nuovo di zecca (ma a questa voce si troverà risposta più avanti).

Ogni episodio è vissuto in prima linea da un carattere differente della serie, come si intuisce dall’intro di ciascuna puntata, caratterizzato da un mosaico che pian piano unisce le sue parti fino a formare un volto. Tuttavia, i personaggi non sono minimamente approfonditi; si conoscono di loro il nome, il rapporto con Nick e un paio di particolari scabrosi che provano ad ingannare la curiosità del pubblico.
Tale approccio potrebbe essere un modo per raccontare il thriller con lo stesso distacco delle notizie che passano nei telegiornali e dunque, fornendo i dettagli fondamentali in modo che le persone possano ricamarci su le loro storie. O ancora, potrebbe trattarsi di una serie TV nata con l’intento di rendere la rete virtuale la sua prima attrice per la quale gli esseri umani non sono altro che dei dati privi di anima e colore da masticare e conservare. 

Nonostante sia bellissimo che l’immaginazione e il buon cuore possano spingerci a trovare quante più scuse possibile, la realtà è che questa miniserie nasce con l’intento di raccontare un mistero che può essere svelato soltanto con gli sforzi di una serie di personaggi, ai quali, alla fine della giornata ci si affeziona davvero poco. Discorso in cui chiaramente non rientra Pia Brewer ma solo perché, per essere un tantino imparziale, è il personaggio più simpatico. Peccato non aver visto di più!

Per indorare un po’ questa pillola amara ecco una freccia in più all’arco di Clickbait: un’imprevedibilità molto costante. Riesce infatti a prendersi gioco del pubblico con una trama molto intricata che snocciola poco per volta una serie di indizi totalmente inaffidabili. L’eleganza infame con cui il team di sceneggiatori ti serve Nick Brewer sulla gogna dei bugiardi, traditori e sudici uomini è assolutamente pazzesca.

Purtroppo però tutti i nodi arrivano al pettine prima o poi: in questo caso, quelli più difficili da sciogliere sono certamente il paradosso che i componenti di una famiglia in piena crisi emotiva abbiano la freddezza di giocare ai piccoli investigatori e che tutti gli hacker degli Stati Uniti si trovano proprio ad Oakland City.

Da un punto di vista tecnico

La performance degli attori protagonisti è discreta mentre la maggior parte dei personaggi ricorrenti non sembra in grado di reggere la scena allo stesso modo, fatta eccezione per Vincent, il tipico personaggio scritto con l’intento di piacere agli spettatori.

Grenier si misura bene con il suo ruolo fantasma riuscendo a restituire al docile e apprezzato fisioterapista un lato molto intrigante. Anche stavolta è doppiato in lingua italiana da Francesco Venditti: una scelta totalmente azzeccata.

La miniserie si serve di numerosi cliffhanger ed hook, tipici di un racconto thriller. L’espediente da parte dei montatori di sopraelevare sul narrato uno screen che mostra i messaggi, i video e le fotografie visti in tempo reale dai personaggi è piuttosto buona e in tinta con il filo tecnologico che percorre l'intero prodotto.

La colorazione degli episodi distingue vividamente le ore del giorno, mentre i flashback appaiono quasi tutti pieni di una luce dolce e soffusa o di colori molto intensi, anche quando questi raccontano particolari poco felici. In generale, la fotografia è discreta e raggiunge il massimo della positività nei momenti di presentazione del protagonista dell’episodio: la prima puntata per esempio, restituisce uno spaccato molto realistico e tenero della vita di Pia, grazie alla rallentata sequenza di particolari piani all’americana.

La playlist di Clickbait è una complessa ragnatela di epoche e stili che vanno da Bob Dylan ai Glass Animals a Childish Gambino a The Weekend e molti altri ancora. Ciascun episodio è caratterizzato da una serie di musichette da momento di suspense, classiche di qualsiasi serie TV thriller.

Un prodotto che però sa di già visto...

Già visto l'uso dei flashback per svelare la verità sulla potenziale vittima: vedi Élite. Già visto anche il video virale per privare la potenziale vittima della sua dignità e della sua ottima reputazione: vedi Black Mirror. Entrambe, come Clickbait, distribuite da Netflix... sarà un caso?

Chiaramente se c’è un messaggio dietro Clickbait è quello di non fare della realtà virtuale una fonte di sicurezza, verità e cattiveria. Che bisogna stare in guardia e che fuori dallo schermo c’è un mondo intero che aspetta.

Clickbait è una miniserie poco prevedibile che si lascia guardare piacevolmente. 

Tuttavia i dettagli sono stati lasciati al caso rozzamente e ornati con poca cura. "Un bambino intelligente e capace che non si applica abbastanza", avrebbe detto un'insegnante.

madforseries.it

2,5
su 5,0

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