Lost: la Recensione della Madre delle Serie TV Moderne, creata da Abrams, Lindelof e Lieber

Lost: la Recensione della Madre delle Serie TV Moderne, creata da Abrams, Lindelof e Lieber

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Affrontiamo con un certo stile il controverso capitolo (almeno secondo il sottoscritto) che riguarda la serie televisiva Lost, da considerarsi ad oggi una delle più importanti di sempre a livello mondiale, capace di ottenere numeri impressionanti tanto da elevare il serial come genere, come mercato e come fenomeno di massa e di essere.
Allo stesso tempo, una delle più grandi "sole nel finale" a livello di narrazione di cui si abbia testimonianza diretta.

Bipolare quanto originale, prolissa ma allo stesso tempo ermetica, la produzione di casa ABC guardava alla filosofia, alla letteratura, alla poesia e all’arte strizzando l’occhio alla cultura pop, su cui ha avuto un impatto a dir poco evidente. 

Analizzare dunque il caso della creatura di J. J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber, a più di quindici anni dalla sua uscita, per il vostro recensore è un atto di fissazione nel tempo e nella memoria, di quella che è stata in primis un’esperienza, forse unica ancora oggi per impatto per quel che concerne l’ambito degli show televisivi. 

Il marketing della rete televisiva internazionale è stato seminale nell'utilizzare questa formula “estetica” per sintetizzare in pieno tutto l’ecosistema creato intorno ad un esperimento di scrittura, regia e comunicazione. 

D’altro canto Lost ha praticamente portato alla luce e su larga scala il marketing virale, ed è stata anche uno dei primi casi universalmente riconosciuti di debacle mediatica globale causa un finale sbagliato che ancora oggi chi vi scrive ritiene dichiaratamente insufficiente, un plateale coitus interruptus dovuto a svariate cause, tra cui la sempre più marcata assenza di Abrams, che già aveva lasciato Alias e Fringe agonizzanti in mano a sceneggiatori e produttori spiazzati quanto scoraggiati. Considerato questo aspetto non da poco, l’unico forse ad uscirne pulito è stato proprio Lindelof che, ripresosi dalla batosta, ci ha regalato poi la notevole The Leftovers e si è bellamente rifatto col capolavoro Watchmen. Alla faccia degli altri ex compagni di merende che sono svaniti nell’anonimato (Lieber) o si sono riciclati nell’antica disciplina del marchettaro andando a lavora’ per Giorgio Lucas e Gualtiero Disney (Abrams). 

Quasi vent’anni dopo, soltanto Games of Thrones riuscirà a fare di peggio, riuscendo in conclusione a buttare letteralmente nel cesso anni di costruzioni narrative ben congegnate, quasi volesse rivaleggiare con Lost stessa fino alla fine - naturalmente sbagliata - riducendosi anche in questo ad esserne al massimo una tragicomica citazione: un ultimo estremo tentativo di stupire, che purtroppo era già stato fatto molto prima. Da altri.

Visto che la carne al fuoco è molta e che leggendo in giro, oggi si parla poco e in maniera troppo sintetica dell’affaire, procediamo per capitoli andando a ricostruire i vari aspetti che hanno reso famoso e popolare questo show televisivo. 

Lost: la Recensione della Madre delle Serie TV Moderne, creata da Abrams, Lindelof e Lieber

Narrazione, messa in scena e character design come croce e delizia di una serie dall'impatto globale

Prendi un gruppo di persone sconosciute e mettile su un volo diretto da Sydney a Los Angeles: il Boeing 815 della compagnia australiana Oceanic si schianta su un’isola disabitata e i sopravvissuti sono costretti a campare in un ambiente ostile, in attesa che qualcuno li venga a recuperare.
Il punto di partenza, di sicuro non originalissimo, anticipa però uno sviluppo della storia assolutamente non scontato e banale: l’epopea delle sei stagioni di Lost, sin dai primi episodi, si dimostra essere un intrigante racconto corale fatto appositamente per cogliere di sorpresa, giocando su generi, sulla narrazione e i suoi tempi, sulle prospettive da cui si guarda un fatto e su un ermetismo particolare che personalmente ho constatato ormai essere un marchio di fabbrica di Lindelof a cui forse andrebbero attribuiti i meriti più che i difetti di questo mastodontico lavoro - Watchmen docet.

La trama della serie televisiva è infatti assolutamente oscura in certi punti, non tanto per il mood e l’atmosfera ma per la maniera in cui i fatti vengono raccontati: a volte sembra di essere dentro ad una surviror story d’avventura, poco dopo entrano in gioco elementi di realismo fantastico e fantascienza; in determinati momenti ci si trova davanti ad un drama.

L’evoluzione delle linee di narrazione è complessa, per usare un eufemismo, e le stesse si ricongiungono in seguito con effetti sorpresa che si sentono: la sensazione che si ha al termine di una puntata di non averci capito un cazzo, i dubbi su una determinata azione o reazione di un personaggio vengono strumentalmente utilizzati dagli showrunner per creare attesa, per farci interagire meglio e in maniera diretta su un’opera che ci fa pensare, ci fa interrogare e - di conseguenza - crea uno status di interesse nei suoi confronti nascondendo un qualcosa più che portarlo alla luce. 

Per queste ragioni Lost è uno dei primi casi di esplosione più o meno autorizzata di fan theory, sneak pic, spoiler e anticipazioni, capaci di alimentare e addirittura di intrigare il mondo di giornalismo e critica dedicato al mondo dei telefilm, che comincia in quegli anni a crescere esponenzialmente sino ad essere “part of the Industry” quale è oggi. E su questo ci torneremo più avanti.

A contribuire all’alone di culto che si è creato sin da subito intorno alla produzione ha contribuito parecchio un importante character design e un cast decisamente a livello, capace di offrire una grandissima prova e dividere il pubblico nella giusta maniera.

I personaggi di Lost sono vivi, assolutamente realistici e di ognuno di essi viene descritta la vicenda in maniera intrigante, che purtroppo però si perde, prima piano e poi in maniera rocambolesca nelle ultime due stagioni: delle volte si fa fatica ad identificare un eventuale protagonista univoco perché ognuno di essi ha una storia sua, raccontata attraverso un uso massiccio di flashback, divenuti elementi caratterizzanti di questo lavoro, con i quali gli ideatori ci fanno entrare nei panni dei personaggi, vivere il loro vissuto pre-incidente aereo e capire le loro motivazioni

Così facendo vengono instaurati giochi di linee temporali molto suggestivi che permettono ai produttori di fare uno scavo psicologico, caratteriale e narrativo ricco di sfaccettature: peccato però che anche questo vada a farsi fottere verso la fine, privilegiando una risoluzione della questione in termini di azione e un po’ troppo spiritualistici per tutti gli interpreti, cosa che cozza con la singolarità delle singole figure e del loro personale racconto.

Abbiamo infatti un microcosmo di personaggi assolutamente vasto, una compagine di circa 24 attori ricorrenti, con cui i produttori costruiscono una fitta tela: tra i principali ricordiamo il chirurgo Jack Shephard (Matthew Fox), John Locke (Terry O'Quinn) Hugo "Hurley" Reyes (Jorge Garcia), Claire Littleton (Emilie de Ravin), l’ex militare e torturatore Sayid Hassan Jarrah (Naveen Andrews), il truffatore James "Sawyer" Ford (Josh Holloway), i coniugi coreani Jin-Soo "Jin" Kwon e Sun-Hwa "Sun" Kwon (Daniel Dae Kim e Yunjin Kim), Kate Austen (Evangeline Lilly), Desmond Hume (Henry Ian Cusick) per far “qualche” nome. 

Lost: la Recensione della Madre delle Serie TV Moderne, creata da Abrams, Lindelof e Lieber

Ognuno di essi ha un legame tutto suo con l’isola, che è anch’essa un personaggio a se stante e offre un suo particolare simbolismo, oltre che una sua funzione, citata attraverso i nomi e cognomi che richiamano quelli di filosofi, intellettuali, personaggi letterari. 

Il fascino delle loro dinamiche e del loro influsso sullo sviluppo della storia ancora oggi rende questa serie un vero e proprio gioiellino di sceneggiatura, che ho sempre ritenuto volesse guardare ad un caposaldo come Twin Peaks, offrendone una rilettura in chiave contemporanea e decisamente meno scura in termini di atmosfera. 

Le citazioni non si riducono soltanto ai nomi e i libri inquadrati mentre sono letti dai personaggi, le conversazioni, passi letti e immagini rimandano alle influenze culturali da cui gli autori hanno attinto a piene mani: autori come P. K. Dick, Stephen King, Fyodor Dostoevsky, George Orwell, Julius Verne, Herman Melville, Jack Kerouac, Ray Bradbury si affiancano a grandi classici come l’Odissea, Alice nel Paese delle Meraviglie e testi di carattere religioso/spirituale come la Bibbia, l’Iching (il logo della Dharma è dichiaratamente tratto dal Libro dei Mutamenti) e il Libro della Legge. 

Anche le colonne sonore sono ricche di rimandi che arricchiscono l’impianto del racconto: come dimenticarsi di una delle scene più belle che io ricordi, in cui Sawyer lo stronzo, incazzato con tutto il mondo, incontra in un momento topico John Locke, in versione estasi mistica schizoide in un bungalow sperduto nel nulla, mentre ascolta Search and Destroy degli Stooges con un ghetto blaster. Esemplare.

A livello registico, la messa in scena non si può permettere di essere densa quanto la sceneggiatura, per cui la serie ha un taglio decisamente minimalista per scelta quanto per mezzi.
Sia chiarissimo: Abrams non è assolutamente David Lynch, per cui la produzione si limita a seguire la narrazione cercando di giocare il più possibile sul “visto - non visto”. Sono altre le serie ad avere un taglio cinematografico “più artistico”, ma il risultato proposto tutto sommato non è di certo spiacevole.
Dialoghi, sviluppo della trama, gusto spinto per il colpo di scena, focus su dettagli e interpreti rimangono gli elementi principali di questo serial, di sicuro non una ricerca estetica sull'immagine in movimento.

Lost: la Recensione della Madre delle Serie TV Moderne, creata da Abrams, Lindelof e Lieber

L’influenza di Lost nella cultura pop

Lost ha avuto un grande impatto sulla allora generazione di universitari e non, di tutto il mondo, che si univano spesso in discussioni per cercare di estrapolare teorie e cercare di avere qualche informazione in più su che direzione prendesse il racconto e su dove volesse andare a finire. 

L’alone di mistero che la serie è stata capace di generare sin da subito è stata platealmente alimentata da ABC che, invece di limitarsi a meri compiti di ufficio stampa, finanziamento e supporto alla produzione, ha investito pesantemente sulla promozione e lo ha fatto in maniera assolutamente originale

Lost come serie assume quindi un valore raddoppiato se vista alla luce dei numerosi ARG (Alternate Reality Games) che l’emittente ha fatto realizzare nelle pause della messa in onda, creando un hype ancora più tangibile sul prodotto. Ognuno di essi si legava in qualche modo a qualche avvenimento della serie e creava, attraverso le allora tecnologie del web e del marketing, narrazioni tangenziali su spunto dei writer alimentate dagli stessi fan della serie che andavano ad arricchire quella “ufficiale”.

Una delle prime, se non ricordo male, riguardava il racconto, pubblicato su un website anonimo creato ad hoc da uno degli studi incaricati del progetto, della giornalista Rachel Blake intenta a fare un’indagine sulla Dharma Iniziative e Hanso Foundation; un altro, ad esempio, era incentrato su un tecnico intento a cercare l’isola e il Boeing 185 della Oceanic per ricongiungersi con sua moglie. 

Tutto era organizzato per cercare di risolvere alcuni punti oscuri della serie, i fan interagivano con la vicenda cercando di risolvere enigmi chiamando fantomatici call center, analizzando spot su YouTube alla ricerca di una stringa o un’indirizzo internet, decodificando immagini criptiche diffuse da profili social di personaggi inventati, siti di aziende, università, compagnie presenti all’interno di Lost: si creava quella che è stata definita una narrativa cross-media, capace di muoversi in vari mondi e alimentava la promozione dello show televisivo. 

Erano queste le prime fasi di un viral marketing giovane e creativo, forse già portato all’estremo, che raramente poi raggiungerà i picchi che si son visti con la “Lost Experience”.

Lost: la Recensione della Madre delle Serie TV Moderne, creata da Abrams, Lindelof e Lieber

La tragica conclusione

Gli showrunner dello spettacolo, per cinque stagioni, avevano gettato molta carne al fuoco con l’unico obiettivo di creare fumo con cui oscurare la vista. E ci sono riusciti bene: la serie infatti conserva fino all’ultima stagione una sua grande imprevedibilità, e i colpi di scena, i “twist” improvvisi della storia non sono di certo lesinati

Purtroppo però, come si diceva sopra, Abrams al tempo decise di farsi da parte e di lasciare sul finale, e i due sceneggiatori si trovarono costretti a chiudere frettolosamente un bordello atomico di linee narrative e personaggi a volte tenuti in vita per scopi di fan service dichiarati (anche se ne hanno tirato fuori idee geniali, come nel caso di Desmond Hume). 

Inoltre, proprio la varietà di generi che lo show cercava di far coesistere rischiava di far esplodere il tutto, e l’ultima stagione ne risente pesantemente: troppe storyline sembrano concludersi senza una risoluzione armonica e spontanea, la tendenza alla varietà di generi si comincia ad incanalare nel solco dell’ambito religioso - spiritualistico che ha il sapore della forzatura.

Avevo ironizzato in precedenza sulle tragicomiche analogie di Game of Thrones e Lost, perché entrambe sono per me esempi lampanti di serie con finale buttato lì, senza idee, stile e sentimento. L’unica differenza è che la seconda ha fatto tutto prima dell'altra, in un mondo molto meno interconnesso, quindi la delusione degli appassionati si è sentita di meno. 

Evitando di spoilerare troppo in merito, personalmente ricordo che in molti rimasero stupiti per la scelta di chiudere questo lungo viaggio in un modo così lineare e prevedibile, una specie di effetto “del non effetto” studiato nel teatro verista ma applicato ad un contesto in cui non c’entra un cazzo.

Seppur rimangano irraggiungibili i livelli di frustrazione e di insensatezza de Il Trono di Spade e la sesta stagione non sia proprio da buttare completamente nel cesso come quella del fantasy targato HBO, ci troviamo di fronte a una situazione assolutamente analoga che di sicuro danneggia quanto di buono è stato fatto in precedenza. 

D’altronde l’impeto dietro alla serie non era quello degli inizi e le energie spese forse non erano state ben dosate: si è rimasti con troppo da dire in poco tempo per pigrizia, forse per voglia tirare fuori introiti il più possibile da un campo ormai arido. E andrebbe fatta una seria riflessione sulla lunghezza delle televisive, perché i 118 episodi che costituiscono il corpus di Lost sembrano essere eccessivi veramente troppi, soprattutto quando la risoluzione si concentra esclusivamente sui rimanenti 10.

L’allora giovane Lindelof capirà più avanti che “allungare il brodo” non lo rende di certo più saporito, e che uno show televisivo dovrebbe riuscire a dire il giusto nella giusta misura, magari permettendosi qualche capitolo in meno, portando principalmente a casa la trasmissione di un contenuto, un concetto, un’idea. E Watchmen - mi si perdoni la reiterazione - ne è la prova concreta. 

Per dirla senza mezzi termini, Lost è una delle serie più belle e importanti di sempre, almeno fino alla quinta stagione. Purtroppo la parte finale risente delle pesanti assenze tra i vertici stessi, e la conclusione non è assolutamente delle migliori: pur non sfiorando i livelli pessimi di altre produzioni “in cappa e spada” più recenti, conserva il suo minimo di estetica - per citare qualcuno - ma lascia in bocca il sapore della ghiotta occasione sfumata all'ultimo minuto. 

Lo show ancora oggi spiazza e stupisce per una delle costruzioni narrative più mastodontiche e originali, un po’ meno per quanto riguarda la regia, ma rimane uno delle prime testimonianze di come una serie possa fare il botto, divenendo un vero e proprio fenomeno mediatico di massa. Per questo motivo, nonostante il finale che può deludere, non raggiunge il massimo del punteggio ma ci si avvicina, soprattutto considerando che - rispetto a serie contemporanee - mezzi tecnologici e risorse economiche non erano di certo le stesse: se lo avessero azzeccato, avremmo rotto tranquillamente il sistema di giudizio numerico che utilizziamo qui su Mad For Series, superando anche il massimo di 5.

Riassumendo, Lost è consigliatissima a chi cerca storie complesse, ricche di elementi letterari, artistici, filosofici e spirituali, e non è assolutamente adatta a chi cerca qualcosa di meno cerebrale preferendo andare al sodo senza curarsi dei dettagli. La cosiddetta “madre di tutte le serie” rimane un’esperienza da ripetere se il lockdown vi lascia tempo per un nostalgico ritorno al passato recente, da fare per la prima volta se non ne avete ancora avuto modo di fruire.

madforseries.it

4,3
su 5,0

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